
- “È tai-chi?”
- “No, capoeira indonesiana”
A chi appartengono veramente i luoghi? Quanto può essere esteso un territorio intimo? Dove comincia il dentro o il fuori casa, nello spazio pubblico infinito contemporaneo? Che relazioni intercorrono fra l’identità, il territorio, i loro confini e la libertà? Sono interrogativi che sembrano avere a che fare più con questioni sociologiche, di geopolitica, che di immagini e suoni, di cinema.
Giravolte li pone e li affronta tutti. E non solo. È un esperimento sul valore testimoniale della fiction ma anche un piccolo saggio documentario. È la storia di un tracciato psicogeografico romano possibile, ma anche un tuffo ebbrio e divertito in forma di cinema, a forzarne dolcemente i limiti. Le giravolte della macchina da presa, quelle del protagonista nelle zone d’ombra e di sole della quasi invisibilità sociale, scoprono un territorio centrale della contemporaneità, per quanto leggermente sfocato da volteggi e movimenti ellittici. È il territorio dello sguardo, dell’intensità e dell’energia del reale. È un territorio meticcio, dalle infinite identità, in cui gli individui stabiliscono bizzarri rapporti fra di loro ma soprattutto con lo spazio, con l’ambiente. Un territorio di scambi, linguistici, economici, sociali e culturali. Un territorio che diventa intimo: intimo per tutti, intimo per se stessi. Carola Spadoni ci si immerge a capofitto e il suo sguardo se ne appropria. Il film diventa una comunità, nomade, personale. I suoni viaggiano dentro, al di sopra delle immagini, estendendo incessantemente i limiti della visione, della sensazione di controllo nei confronti delle situazioni. La musica, il rumore ambientale, invertono i loro ruoli con le parole, i dialoghi, espandendo le immagini nella sfera del sentimento. Giravolte non appartiene di fatto a nessun genere codificato. Ed e’ lì che lavora ed esplora Carola Spadoni. Sui bordi del racconto e della messinscena, dentro e intorno all’immagine, sperimentandone limiti e possibilità. Se di generi si può forse parlare, si tratta di avere a che fare più con la storia dell’arte che con quella delle moving images. Il ritratto, ma di città, il paesaggio, ma umano. Un’inversione con un esercizio di equilibrismo continuo, come alla ricerca della giusta distanza, sempre in bilico fra sfondo e primo piano.
Lo sguardo di Carola Spadoni dà forma ad una visione “plastica” del reale. Condivide un simile trattamento delle immagini e del suono con pochi altri: nel passato recente con Johann Van der Keuken, Robert Kramer, Alberto Grifi; oggi, con Amos Gitai, Pedro Costa, Abdellatif Kechiche soprattutto, e, fra gli artisti visivi, con Steve McQueen. Giravolte come insolito ritratto di Roma, dunque, tropicale e tropicalista.
Un territorio in metamorfosi infinita che attinge alle proprie tradizioni e divora, rigettandoli trasformati, i corpi nuovi ed estranei che lo attraversano.
Carola Spadoni è un’antropologa visiva sensibile al flusso del marginale contemporaneo oltre che, naturalmente, un’antropofaga delle sue energie.
In risposta alle domande iniziali, il suo cinema e la sua ricerca artistica, disegnano la più autentica delle vie possibili. La più sentimentale, la più politica.