
Per una artista che è soprattutto una cineasta e che è abituata a vedere, selezionare e “catturare” le immagini che le scorrono davanti in una macchina da presa, realizzare manufatti con stoffe, ricami, carte stampate e piccoli frammenti di ricordi d’infanzia, non è poi cosi’ scontato. Carola Spadoni però l’ha fatto, anzi l’ha proprio rivendicato, entrando in punta di piedi in un nuovo modo di fare eccentrica “post-produzione”. Toccare con mano l’immateriale è diventata, negli anni, una vera esigenza.
Le installazioni che compongono la mostra the Sudden Outpost alla galleria Cesare Manzo (in vicolo del Governo Vecchio a Roma, la personale è visitabile fino al 20 Marzo) rappresentano un mondo prismatico, una specie di patchwork di esperienze diverse: dalle madeleine proustiane degli anni settanta (slogan su Moro ritagliati in scampoli che formano lettere su vecchie coperte della nonna, i cari e consunti plaid da divano) alle intermittenze del cuore dell’on the road, quei viaggi registrati in super 8 che attraverso uno strano fil rouge finiscono per unire – nelle sale che ospitano la sua mostra - l’Arizona desertica con i mandala dell’India e i suoi colori (il primo, di mandala,
l’ha esposto il Mart di Rovereto, nell’ambito di Eurasia). Se la realtà non può essere raccontata in blocco, come fosse un mockumentary con tanto di trama forte, Carola spadoni allora sceglie un procedimento non organico ch accoglie su un paesaggio di carta da pacchi con cactus spinosi, flash di vita vissuta. E’ l’emozione di fondo a collegare tutto:”i frammenti che utilizzo mettono in risalto il fatto che mi sento sempre scollata rispetto al posto dove mi trovo. Così l’avamposto che dà il titolo alla mostra diventa osservatorio, ma anche luogo per la fuga o la resistenza…”.
A fare da calamita a memorie sepolte, come se si frugasse in una soffitta della mente (con la particolarità che la emnte è quella di una vivace viaggiatrice dell’immaginario) sono i banner, stendardi o meglio ex voto di diverse culture che l’artista semina in galleria, rimandando una volta alle cantilene americane per bambini, altre a frasi comuni (“raccolgo ferro, pulisco cantine”) cucite e intrecciate nei colori della bandiera italiana e infine imbellite da ciondoli e gioielli uzbeki. In ognuno riprendono vita oggetti trovati nei mercatini, “pezzi affettivi”, sfuggiti all’oblio del tempo e del consumo veloce. In lightbox dal cromatismo incerto e appannato, vengono invece intrappolat frames del film girato in Arizona nel 1993, inedito susseguirsi di luci e terre sconfinate, fino a quando – ad interrompere le desolazioni di rocce e sabbia – intervengono i nativi, còlti in una danza rituale e perduti in una rete ancestrale di relazioni con la costellazione dei loro antenati, L’antiwestern di Spadoni è anche in quelle riprese che emarginano gli States dalla Storia, facendolo inghiottire dal silenzio della provincia profonda.
I ready-made di differente natura esposti in galleria – foto, ricami su stoffa e video – si trasformano in griglie di una possibile “fiaba” senza frontiere dentro le spirali dei mandala. Seta, cotone, tulle e vecchie carte assemblano brani di “souvenir” dal viaggio in Rajasthan, mentre da un’altra parte, campeggia nel cielo di una foto scattata in Arizona la vaporosa scritta voluta dall’artista: Stay Gold, mantieni sempre la tua innocenza.