
Le immagini di Carola Spadoni gettano un ponte tra la New York del Lower East Side e una Roma marginale e allo stesso tempo epica, post-pasoliniana. Due luoghi fuori da ogni mainstream, ma ad alto potenziale creativo, dalla fascinazione immediata e avvolgente, intensamente umani e vitali e per questo caotici, contaminati. Luoghi precari, sempre sul punto di essere cancellati dalla città che cambia.
Carola Spadoni affonda in entrambi le sue radici di regista. Proveniente da una famiglia che fa cinema da tre generazioni, respira in casa l’atmosfera dell’underground romano anni ’70, caratterizzato dallo sperimentalismo, da un approccio politico e dal dialogo intenso – raramente capitato di nuovo in Italia – tra vari linguaggi: cinema, teatro, arti visive, poesia e, più tardi, video. Trasferitasi a New York a diciannove anni per studiare cinema al Brooklyn College, ci rimane fino alla fine degli anni novanta, lavorando come aiuto in numerose produzioni indipendenti e realizzando i suoi primi corti. Vive a Little Italy, crocevia di immigrazioni, turismo di basso profilo e nuove tendenze, dove, a due passi da casa sua, c’è ‘Liquid Sky’, il negozio di abbigliamento e di dischi techno, sosta obbligata dei kids newyorkesi e luogo cruciale, insieme al club ‘Nasa’, della rave culture di quegli anni. Là conosce Chlöe Sevigny, futura icona grunge, e attrice per Larry Clarck e Harmony Korine, e gira con lei diverse sequenze di un lavoro mai finito. Nel ’96 fonda ‘Open Cine’, un’associazione culturale che organizza a Mulberry Street proiezioni gratuite all’aperto di film classici, soprattutto italiani, in linea con un’idea del fare cinema che è anche intervento attivo di diffusione della cultura cinematografica. Tra i primi lavori maturi realizzati a New York c’è ‘Neighbors’, 10 minuti, del 1996, girato in 35mm in un unico piano sequenza e già una buona sensibilità nel tratteggiare situazioni umane ad alto tasso emotivo. La macchina da presa sfiora e intreccia tre storie di vita quotidiana differenti, con un imprevedibile finale noir, viste attraverso le finestre di un edificio, in un esercizio di stile che riflette sul voyeurismo dello spettatore e del cinema e paga un tributo ad Altman e ai B movies visti in tv, primo amore cinematografico adolescenziale. Il corto successivo, ‘Al confine tra il Missouri e la Garbatella’, del 1997, Carola Spadoni lo gira invece a Roma, in video. La scioltezza ‘americana’ acquisita nel filmare, si arricchisce di un impasto viscerale di storie vere, incontri, scrittura intima, che fornisce quel collante ‘personale’ necessario ad approfondire il coinvolgimento, l’emozione, senza perdere per questo la leggerezza.
La storia è quella del primo, stralunato, incontro al tavolo di un bar all’aperto tra un padre – interpretato da Victor Cavallo, poeta e volto carismatico dell’avanguardia romana – e una figlia già grande – interpretata dalla stessa Spadoni. Pudori, desideri, curiosità, moti d’affetto, brandelli di storie personali passano in un dialogo in romanesco, smozzicato, ondivago, in gran parte improvvisato, il cui ritmo è scandito in montaggio da un gioco di campo e controcampo, reinventato attraverso l’uso dello split-screen. Sui due schermi si alternano sequenze e fermo immagine, in un contrappunto visivo che tiene presente la lezione dell’expanded cinema nel dimostrare insofferenza per i limiti della visione cinematografica tradizionale. Una tensione verso lo sperimentalismo, un desiderio di utilizzare l’immagine in movimento diversamente, fuori dai canoni del cinema omologato, che si avverte prepotente anche nel primo lungometraggio, ‘Giravolte’, girato nel 1998 e montato a singhiozzo nel corso dei tre anni successivi, a causa del ridotto budget di produzione. Nonostante il basso costo, che ne impronta anche volutamente l’estetica, con suono in presa diretta e pochi virtuosismi di ripresa (a parte un lungo carrello circolare all’inizio),
il film è in cinemascope, per “amplificare e dare levatura mitologica – dice la Spadoni – alle storie raccontate”. Che sono essenzialmente tre, sia pure diluite nella trama destrutturata e aperta del film: il pranzo di un gruppo di dropout in una baracca sulle sponde del Tevere, interrotto dal tentativo di suicidio di un giovane; la bislacca campagna elettorale di un aspirante sindaco di Roma nel mercato di Porta Portese; l’arrivo di una frenetica coppia di americani (interpretatti da Raz Degan e da Drena De Niro, figlia di Bob, amica di vecchia data della regista) nel microcosmo torpido di un bar notturno vicino ai mercati generali. Un viaggio ‘dall’alba al tramonto’ attraverso una Roma popolata da fannulloni, filosofi da marciapiede, amanti litigiosi, eccentrici poveracci, metropoli arcaica e insieme post-moderna, il cui cicerone è, ancora una volta, Victor Cavallo, che nel suo vagare per la città lega i diversi episodi, tra sketch improvvisati e squarci di poesia. Il gusto per la narrazione, già marcato nei lavori precedenti della Spadoni, si fa qui continuo dono di storie, descritte con pochi tratti attraverso il passo minimalista dei dialoghi o accogliendo le irruzioni impreviste nello script dei passanti, cercando di catturare il flusso del quotidiano senza mai cadere nel documentarismo ma giocando invece su un equilibrio precario, e per questo affascinante, tra realtà e fiction. La scena del mercato, soprattutto, offre un ritratto affettuoso e in presa diretta di un’umanità tollerante, interrazziale, pigramente inefficiente, assorta nei propri traffici eppure capace ancora di incuriosirsi agli slogan surreali proclamati dall’aspirante sindaco Victor: “All’orizzonte l’utopia” oppure un duchampiano “sfruttare l’energia degli sguardi laterali”. Tra il lirismo coltissimo e plebeo degli assoli di Cavallo e le inquadrature sui bancarelli, un cameo significativo, quello, nei panni di se stesso, di Alberto Grifi, rivoluzionario – quanto dimenticato – filmmaker, sperimentatore estremo di un cinema sospeso tra verità e finzione. Dopo ‘Giravolte’, nel 1999 Spadoni organizza a Roma una rassegna di cinema e video dai Balcani dove vengono proiettati in anteprima i documentari di Radio B92, ultimo canale mediatico di resistenza a Milosevic ed alla guerra. Si esercita poi nuovamente con le atmosfere notturne newyorkesi in un videoclip per i Kitchen Tools, e passa in seguito a realizzare un ritratto di Arthur Penn per la televisione in occasione del workshop romano del grande regista, affrontando infine l’esperienza forte del film collettivo sui terribili giorni del G8 a Genova. Nel frattempo il suo lavoro comincia a circolare anche in ambito artistico, dove lo sguardo inquieto della Spadoni trova maggiori possibilità di sperimentazione. La sua prima vera e propria videoinstallazione, ‘Dio è Morto’, girata in Super 35mm, accantona temporaneamente gli aspetti più affabulatori del suo cinema, per spingere ancora più avanti il processo di scomposizione dell’immagine filmica iniziato con ‘Al confine tra il Missouri e la Garbatella’. Attraverso il trattamento digitale del girato, Spadoni elabora i fotogrammi in una visione ‘stereoscopica’, sdoppiata, resa attraverso una duplice proiezione su schermi angolati che mira anche ad un maggiore coinvolgimento fisico dello spettatore, il cui trovarsi non più davanti ma ‘all’interno’ delle immagini è ulteriormente accentuato dall’uso del dolby surround. La lunga sequenza che costituisce l’opera mostra una cowgirl – Fabrizia Sacchi, attrice prediletta di Leo De Bernardinis, nonché di molto buon cinema italiano – che avanza lentamente lungo una strada sterrata. La donna è esausta, ferita, e camminando inizia a liberarsi dei vestiti, ma senza successo, visto che sotto ogni indumento ce n’è un altro uguale. Giocando a cambiare di segno uno dei generi più ‘al maschile’ del cinema – il western di Sergio Leone e del Peckinpah delle fughe impossibili – Spadoni tratteggia un piccolo apologo sulla fatica (femminile ma non solo) di spogliarsi dai ruoli e sulla necessità, tuttavia, di provarci. Una necessità di resistere alla banalità imperante, alle semplificazioni, allo sguardo pre-confezionato, al livellamento delle differenze che impronta tutta l’idea di ‘Cinema AlterAttivo’ elaborata dalla regista, un cinema che – come lei stessa scrive – “comprenda in profondità la rappresentazione per restituire alla realtà la sua originale ambiguità e alle persone la propria identità di spettatori attivi e pensanti”.