
(…) La filmmaker romana del Lower East Side Carola Spadoni, e il successo ottenuto al Forum dal suo trittico Giravolte, già al festival di Torino, conferma che quest’anno la valanga è rosa.
Pensato prima del Giubileo e realizzato a singhiozzo, per colpa di una certa parsimonia produttiva da Arcopinto, ma con ostinazione demoniaca della cineasta, a lungo residente a New York, quest’opera prima sonora (la ritmica è data da un fuoricampo radiofonico ispirato a Punto Zero di
Serafian e al suo sovversivo dj) di scioltezza, comunicativa e dinamismo “americana” – e c’è anche la figlia di Robert De Niro, Drena, a confermarcelo nella scena del bagno, degna di Nancy Savoca – è dedicata a Roma. Non quella dei maritozzi della panna e dei maritozzi senza panna, o a quella di
“a maschiè”. Da cui scappare a gambe levate.
Ma alla Roma degli invisibili-plausibili di Porta Portese, che ancora si innamorano degli utopisti del “sii realista, chiedi l’impossibile”. E a quella degli homeless sotto i ponti niente affatto perplessi neppure davanti a una prova di recitazione da Actor’s studio, professore Arthur Penn(a cui Spadoni ha dedicato un bel ritratto); e alla Roma romanista che vola come la sua curva, a quella dei bar “vivi” dove senza le allucinazioni artistiche della regista post-felliniana non ci sarebbero nè sedie né tavolini né danze né humor, né educazione né tatto, né rhum al limone. E’, programmaticamente, un
film non “cappuccino e acqua minerale”, cioè un anti-Caro Diario che sa amare Henry pioggia di sangue con tutte le sue tenere approssimazioni sul cannibalismo, come ci spiega un Alberto Grifi in gran forma tropicalista, che legge questa strana metropoli come Bahia, una civiltà che da millenni
divora senza ringraziare chiunque venga a trovarla.
Inoltre Giravolte è tenuto in pugno dall’attore Victor Cavallo, capace di assoli di drammaticità divina, prematuramente “comparso altrove” e protagonista di un precedente video di Spadoni, di straziante intimità, Al confine tra il Missouri e la Garbatella che ne è un po’ prologo e un po’ epilogo, ma soprattutto l’anima. Anche quando passeggia a mò di Moretti sul motorino, Cavallo non è mai riconciliato, consolatorio, il suo sguardo è da Pertini, e la simpatia che provoca non è mai autarchica, sempre collettiva.
Ha fatto bene l’Agenzia per il cinema italiano a sostenerlo in questi giorni, fiancheggiando e promuovendo questo film innovativo e a bassissimo costo, in un festival dove entrare in clandestinità è davvero un peccato mortale. Se l’Agenzia la faranno morire i pericolosi e ignorantissimi politici al potere, sappiamo bene perché succederà.