
Il processo del tuo lavoro scava nel rovescio delle cose e sulla memoria individuale e collettiva in senso antropologico, come testimonia uno dei tuoi ultimi lavori ovvero the Sudden Outpost pensato come una sorta di inedita post produzione che rimette in gioco i tuoi lavori cinematografici (prassi ricorrente nel processo del tuo lavoro) in una campionatura di frammenti a bassa definizione e oggetti trovati e di affezione, light box, banner e mandala in una cornice volutamente antispettacolare e poetica, a tratti ruvida e volutamente borderline. Insomma più che sulle fascinazioni lavori sulle rimozioni di massa. Ti ritieni in questo senso una anti-Vezzoli?
Carola Spadoni
Il lavoro per The Sudden Outpost, unisce varie scie del mio immaginario e della mia ricerca. A volte, specialmente nelle fasi di ricerca, immagini già espresse nella propria produzione riaffiorano come zombie nomadi del proprio immaginario. L’idea che tutte le opere che si producono siano sempre finite e chiuse è obsoleta, alcuni lavori hanno degli echi che si estendono nel tempo e si intrecciano ad altri più prossimi.
Certe immagini, certi lavori, si caricano di tempo. Da questa carica nasce The Sudden Outpost, progetto narrativo declinato in singoli parti, opere, per le quali ho usato mezzi molto recenti nel mio lavoro, il ricamo l’uso della carta e di tessuti, e rivisitato tecniche che non usavo da anni, come l’animazione a passo uno e la fotografia. Questo avamposto si innesca come una traiettoria attraverso confini della memoria individuale e collettiva, di paesi lontani tra loro, di paesaggi reali e cinematografici. Traiettoria inevitabilmente borderline. E’curioso che citi Vezzoli la cui mostra Greed apriva poco dopo l’inaugurazione da Cesare Manzo, in effetti sono due mostre agli antipodi per ciò che evocano, anche nei titoli, ma adiacenti per i media usati e la tendenza all'epica.
PF
La questione dell’identità individuale e collettiva sempre più molteplice e fluida mi sembra sia il centro, il cuore del tuo lavoro : come ritieni si stia ridefinendo in un mondo in trasformazione radicale?
CS
E’ una bella questione biforcuta. Da una parte nella cultura occidentale si accetta sempre più la realtà che ogni individuo abbia molteplici personalità, che non si è monolitici e soprattutto ci si evolve negli usi e costumi, o involve, con l’età. Alcuni cercano di rendere progettuale questa fluidità, e stimolare le modalità sociali ed economiche che possano renderla fiorente, senza confonderla con il profitto basato sul precariato, che è ben altra cosa. Ma il progredire di questo modo di porsi nella società è a livello zero o a livello cento a seconda anche della propria posizione geopolitica. C’è ancora una grande differenza nello sviluppo, direi meglio nell’emancipazione, di identità individuali in contesti collettivi a seconda di quale parte del mondo si vive e si lavora. In alcune città o quartieri o aree le inerenti condizioni private e pubbliche, nonché razzismo, intolleranza religiosa e di genere, controllo del cittadino, rendono più o meno accessibile e realizzabile la molteplicità di un individuo. La globalizzazione cosi' come il capitalismo sono sistemi e parametri in fallimento. E non è più, se poi lo sia mai stato, una prerogativa dell’occidente aver il sistema più favorevole sul resto del mondo. La mappatura dei terreni più adatti per coltivare le molteplicità, dove le diaspore si incontrano, è più frastagliata, una città o una zona può essere molto più radicale e promiscua del paese in cui è sita.
PF
Cosa sono oggi l’avanguardia, e la sperimentazione forse l’espressione di un’attitudine alla resistenza , al volo nell’utopia, al viaggio di sola andata nell’immaginario? O semplicemente l’esigenza di tutelare uno stato di innocenza, “Stay gold” come la scritta che appare in una veduta dell’Arizona di un tuo lavoro fotografico...
CS
Il bambino vuole crescere e l'adulto rimanere bambino... L'avanguardia non è più possibile, ma la sperimentazione crea contesti oltre i parametri abituali e codificati, opera sotto il radar dei grandi mezzi di comunicazione, depista, per questo sono contesti spesso chiamati utopici. Stay gold è un esortazione a mantenere lo status vitale del proprio immaginario, che sia serio, bizzarro, marcio, soffice, glamorous o malinconico. E soprattutto a condividere quest'immaginario per crearne esperienza comune. L'empatia di un immaginario condiviso ha la stessa importanza di un buon investimento in denaro, è uno scambio che contribuisce a formare il pubblico ed il privato di una collettività. Genera arte, cinema, poesia, musica, scienza...Mi viene in mente una ricetta Stay Gold: una passeggiata senza meta di almeno 30 minuti, un pizzico di polvere di stelle, qualche pezzo di arcobaleno, una visione solitaria di Apocalypse Now Redux, una goccia d’essenza di lillà, 12 metri di tulle giallo limone, l’album Band of Gypsis di Jimi Hendrix.
PF
Quale ritieni sia la differenza fondamentale tra fruizione artistica e cinematografica, forse il tasso di coinvolgimento?
CS
In effetti non succede spesso di piangere o farsi uscire una lacrima di commozione di fronte ad un opera d’arte. D’altro canto l’arte può avere una capacità di coinvolgimento più forte, più profonda del cinema. Sia l’arte che il cinema sono interessanti quando lasciano spazio alla partecipazione dello spettatore, alla messa in gioco delle proprie abitudini e del proprio sguardo, quando innescano spunti ed emozioni per far uscire quell’identità molteplice di cui si parlava prima. Dal punto di vista produttivo e di fruizione ormai sono simili. Faraonici mezzi economici si equivalgono nel cinema e nell’arte, cosi’ come si equivalgono nelle modalità degli spazi indipendenti o di ricerca, nella produzione e divulgazione di un film o di una mostra.
PF
Hai affermato più che altro di fare cinema, quello che cambia sono i dispositivi per mostrarlo e attuarlo nell’ambito dell’arte che in questo caso è una mise en espace di cinema come nella istallazione “DIO è MORTO” o secondo a definizione di J.C.Royoux un exibhition cinema. Sembri puntare soprattutto ad una sorta di rimessa in discussione e di ridefinizione di entrambi i linguaggi operando sulle reciproche interferenze…
CS
Le proprie affermazioni con le quali bisogna fare i conti… La mia formazione è stata cinematografica e si in questo senso l’approccio è lo stesso. Da filmmaker, o regista, indipendente sono abituata a conoscere e dirigere tutte le parti costituenti di un film: la messa in scena, i movimenti di macchina, la recitazione e il lavoro con l’improvvisazione, il suono, la post produzione. Nel lavoro in arte credo che queste parti agiscano in modo indipendente tra loro, non sono necessariamente tutte in moto per un unico prodotto finale, come per un film. Convivono in maniera autonoma, è il modus operandi del processo di ricerca e di produzione di un progetto che indaga e predilige una parte, uno o più mezzi specifici sull’insieme.